AVMS: e internet diventa come mamma TV!



“Internet non è una TV! Non lasciamo che lo diventi per legge.” (guidoscorza.it)

Sono due semplici frasi che riassumono i rischi per il WEB italiano. L’attuale governo sembra che voglia far passare (con un DDL finora confuso, uscito fuori solo adesso) una norma di legge che rischia di risultare molto limitativa per gli utenti di internet che pubblicano video. Il campanello d’allarme è stato lanciato inizialmente dal sito di Repubblica, e successivamente gli ha fatto eco una testata online autorevole come Punto Informatico, storicamente attenta ai problemi di privacy, copyright e tutela degli utenti.

Si tratta di questo: esiste una Direttiva UE (2007/65/CE), meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS), inerente il “coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive”. Essa da’ una serie di definizioni disambigue (e ragionevoli) riguardo l’estensione delle regolamentazioni esistenti ai media “non tradizionali” (tipicamente veicolati ad internet), ribadendo il concetto di libera concorrenza, finanziamenti dovuti eccetera. Al fine di evitare ambiguità, pero’, si specifica che suddetta regolamentazione “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“. Molto chiaro.

Sembra quindi che siti web in cui sono presenti media categorizzati per condivisione e/o diffusione in base ad interessi comuni (Youtube, o Facebook tanto per citarne due) non debbano assolutamente rientrare nella categoria, per intenderci, dei canali TV classici. Non fosse altro perchè sono qualcosa di molto diverso da essi: permettono agli utenti di commentare i contenuti, di segnalare (e far rimuovere) le cose che “sforano” i limiti, e lasciano comunque quel margine di socialità che la televisione ha ormai perso.

TV Streaming AppleSecondo  il testo della bozza di decreto italiano (che attuerebbe quando previsto dalla UE), sembra che si voglia forzare la mano per far considerare tutte le piattaforme audiovisive non convenzionali come fossero emittenti televisive. Youtube come La7. Alice Motion come Rete 4. Questo ovviamente, oltre a sembrare una ripicca indiretta del governo (risaputamente vicino a Mediaset) per la recente causa contro Google, è l’ennesima grave approssimazione di chi non capisce o (peggio) fa finta di non capire la realtà.

Internet è la riproduzione perfetta della realtà sociale in cui viviamo, piena di notizie da tutto il mondo, bufale, esibizionismo, frodi, reati, commercio ed intrattenimento, con il vantaggio che chiunque può valutare, criticare (e a volte migliorare) quei contenuti. Per alcuni questo genera opinionismo a vanvera, per altri si tratta comunque di un antidoto proprio alla televisione commerciale, che ormai ha stufato coi suoi dibattiti politici, con le sue showgirl fallite sulle isole deserte, con i suoi programmi riciclati da palinsesti esteri. Se il governo considera concorrenza il fatto che le persone non vedano la televisione per fare attività decisamente più stimolanti e varie su internet, è assurdo come accusare le librerie di ostacolare “mamma TV” che viene trascurata per leggere qualcosa, invece di rincretinirsi con il solito minestrone catodico.

Staremo a vedere cosa succede, dato che al momento in cui scrivo si tratta solo di uno schema di DDL, ma sarebbe comunque ora che ci fosse un intermediario serio per questo genere di regolamentazioni, che rischiano solamente di alimentare polemiche inutili, creare dubbi e destare preoccupazioni nei blogger e nei professionisti del WEB italiani.

E’ successo il caos con la legge Urbani sul P2P, con la legge Carlucci sull’anonimato, e prevedibilmente succederà il caos anche adesso. Un intermediario serio dovrebbe essere una commissione di tecnici del settore, esperti che diano un parere autorevole, che abbiano modo di criticare apertamente e proporre modifiche, prima di far passare leggi che assimilano Youtube a Canale 5 …

Il tutto è anche legato alla tutela esasperata del diritto d’autore, un principio giusto, certo, ma non dotato della “sacralità” a cui troppi si appellano. Del resto, le recenti dichiarazioni di pop-star come Bono Vox, ovvero un personaggio “impegnato politicamente”, ma disposto ad accettare financo la censura pur di tutelare il copyright, lascia qualche dubbio sul fatto che questa idea possa mai essere superata.

Fonti

La Repubblica

Punto Informatico

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