Cloud Computing. Siamo pronti?



Il Cloud Computing sembra apprestarsi a divenire il “must” dei prossimi anni, tanto che lo zio Steve (Jobs) ha presentato la piattaforma Icloud, un sistema di archiviazione online, sempre sincronizzato con le modifiche fatte dal proprio terminale (sembra che i nostri cellulari, pc e tablet torneranno a essere più meno tali).

Esperimenti del genere erano già stati tentati, anche con discreti successi (Drop Box, Ubuntu Cloud…) ma probabilmente la Apple stravincerà anche la gara del Cloud.

Siamo pronti a delegare anche l’archiviazione a qualcuno che non conosciamo, di cui fondalmentalmente sappiamo ben poco, che potrebbe utilizzare i nostri senza avvertirci e, chissà, anche a controllarci in ciò che facciamo e scriviamo?

Credo di no. In primo luogo questi sistemi prevedono una costante presenza di una rete, cablata o wireless, di velocità decente. Requisito che, almeno in Italia, non è ancora disponibile su buona parte del territorio nazionale.

In seconda battuta, posto che i fornitori del servizio siano le persone più oneste di questo mondo, sappiamo benissimo che la disonestà dei pirati informatici è ampia.

Ultimamente abbiamo assistito impotenti a un attacco informatico di portata storica alle piattaforme di Sony e Sega, senza contare la “svista” di Drop Box, che ha reso per 4 ore accessibili a chiunque i dati contenuti negli spazi privati degli utenti. Tutta colpa di un bug, non c’è stato bisogno neanche di un impegno da parte dei simpatici “black hat”.

Una piattaforma di Cloud Computing secondo me dovrebbe essere utilizzata solo per dati di poca importanza, che magari si condividerebbero anche pubblicamente, o il cui furto non dia particolari problemi.

Sinceramente non credo che un ricercatore metterebbe a cuor leggero su una piattaforma del genere i risultati del proprio lavoro, magari appena compiuto con gran fatica, prima di renderli pubblici altrove.
Come al solito, in questi casi, si deve discernere.
Quindi occhio!

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