Fotografare per l’Hdri



Se si ha serie di foto da trasformare in una immagine Hdri non è per nulla difficile, ma è bene seguire alcune regole di base se si vuole ottenere un buon risultato senza poi ammattire nella fase di montaggio computer. E anzitutto una foto ha senso solo con inquadratura dall’alto contrasto, come un presagio con il cielo nuvoloso ripreso le prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio. Un’altra situazione tipica è un interno poco illuminato, con le finestre molto luminose e visibili nell’inquadratura.

Non ci sono vincoli per chi invece desidera catturare una scena preclusa  come sfondo e fonte di illuminazione in un ambiente 3d; di solito in questo caso è necessario scattare la foto con una grand’angolo a 180° oppure inquadrare una sfera perfettamente riflettente; le due serie di foto andranno successivamente montate con un programma specializzato nella creazione di panorami a 360°. L’impiego di cavalletti è  caldamente consigliato, poiché è importante che tutte le foto della stessa seria abbiano esattamente la medesima inquadratura in modo da poter saltare una fase di messa a  registro, in genere lunga e tediosa. Sempre per limitarmi nel lavoro di post produzione, la scena inquadrata non deve variare dell’altro. Vanno quindi esclusi casi con persone ed oggetti in movimento e con alberi mossi dal vento. Persino le onde possono apparire in posizioni diverse se servono alcuni minuti per effettuare tutti gli scatti.

Le foto devono essere almeno tre, meglio se sono cinque o più. Per variare il valore di esposizione si cambia tempo di scatto, mentre sulla scena alterate l’apertura dell’obiettivo e la sensibilità Iso. Se si effettua la variazione del diaframma, infatti cambierebbe anche la profondità di campo, mentre con il numero Iso le foto avrebbero livelli di rumore differenti. Un sistema molto comodo per ottenere le foto in maniera automatica è usare la funzione di bracketing da tempo presente in quasi tutte le fotocamere, anche compatte. Quando questa funzione è attiva, l’apparecchio fa una foto con l’esposizione corretta poi una sotto esposta fino ad  un’altra sopra esposta. Le fotocamere più sofisticate permettono di stabilire il numero totale di scatti e le differenze di esposizione tra una foto e l’altra. Ed è forse questa funzione che permette di effettuare una serie di scatti non solo in maniera semplice e  totalmente automatica ma anche in tempi molto ridotti, perché le fotocamere scattano subito tutte le foto  degli elementi su  una veloce memoria tampone per decomprimere e registrare nella memoria principale. Al tempo necessario per memorizzare l’immagine si aggiungono i secondi  necessari per cambiare postazione dell’otturatore, e il totale, moltiplicata per il numero di scatto, può arrivare a parecchi minuti. Di più, toccare ogni volta la fotocamera per regolare l’otturatore comporta rischi di spostamenti accidentali. La differenza di esposizione tra una foto e l’altra della serie  deve essere di  1ev. Con queste variazioni, il tempo di scatto a ogni passo raddoppia oppure si dimezza. Nella pratica si procede così: si imposta la fotocamera in modalità di esposizione automatica, si inquadra da sé e si annotano i valori di tempo e diaframma proposti all’apparecchio. Di seguito si passa in modalità manuale, si regolano diaframma e otturatore ai valori appena trovati e si riduce il tempo di esposizione di due stop e si effettua la prima foto, che sarà la più sotto esposta. Successivamente si scattano le altre, aumentando ogni volta l’esposizione di uno stop.

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