Non si spia la navigazione dei dipendenti



[per il seguente articolo ho preso spunto da un articolo apparso sul sito del Sole 24 ore ]

Oggi il Garante della privacy ha reso noto un provvedimento del 2 febbraio che vieta al datore di lavoro l’uso di dati relativi alla navigazione del dipendente, anche se questi si connette senza autorizzazione.

Mauro Paissan, componente dell’Authority e relatore del suddetto provvedimento, ha detto: «Non e’ ammesso spiare l’uso dei computer e la navigazione in rete da parte dei lavoratori. Sono in gioco la libertà, la segretezza delle comunicazioni e le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Occorre, inoltre, tener presente che il semplice rilevamento dei siti visitati puo’ rivelare dati delicatissimi della persona: convinzioni religiose, opinioni politiche, appartenenza a partiti, sindacati o associazioni, stato di salute, indicazioni sulla vita sessuale».

Ma vediamo cosa ha fatto nascere questo provvedimento. Ad un dipendente di una clinica il datore di lavoro invia una contestazione disciplinare, che porta a un licenziamento per giusta causa, per accessi non autorizzati a Internet.
Questa comunicazione allega una documentazione di file temporanei e cookie originati dalla navigazione del dipendente in orario di lavoro su siti di contenuto religioso, politico e pornografico. Dopo aver chiesto inutilmente alla società il blocco e la cancellazione dei dati, il dipendente si rivolge al Garante.
L’azienda da parte sua contesta al dipendente l’illecito accesso a Internet dai computer aziendali in orario di lavoro, l’appropriazione indebita di carta per stampare i risultati della navigazione e il danneggiamento della rete aziendale per i virus informatici che si erano introdotti nel sistema a causa dell’indebita navigazione.

Il Garante ha deciso che, nonostante i dati personali siano stati raccolti per la verifica dell’esistenza di comportamenti illeciti, i dati sensibili (convinzioni religiose o le opinioni sindacali) potevano essere trattati dal datore di lavoro senza il consenso del dipendente solo se indispensabili per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria.
Al Garante ha giudicato illecito anche il trattamento dei dati che potevano a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale del dipendente, fatto possibile solo per far valere o difendere in giudizio un diritto di grado pari a quello dell’interessato, ossia consistente in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile, e non era questo il caso.

Per cui, molto meglio bloccare alla fonte, con un sistema che impedisca un uso della rete ai dipendenti non autorizzati o in siti non autorizzati.

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