Programmazione, fra vecchio e nuovo



I linguaggi di programmazione sono tantissimi e ognuno ha specifiche librerie e, in alcuni casi, specifici utilizzi.

Spesso però i linguaggi più moderni non si rivelano all’altezza dei loro predecessori, tanto che, ormai da anni (nonostante qualche modernista cerchi di sottrarsi a questa logica), i linguaggi che “girano” sono 5 o 6, senza possibilità di altre scelte.

Ad esempio, per quanto riguarda le architetture embedded, per le interazioni con l’hardware, la programmazione di sistemi operativi gli unici linguaggi degni di nota sono l’assembly (nelle sue varie versioni) e il C. Ad esempio il kernel linux è scritto in C, nella versione supportata dal compilatore GCC.

Parlando del mondo della programmazione a oggetti, che è il modello utilizzato maggiormente per tutte le applicazioni mainstream e commerciali, oltre a C++, Python e Java, difficilmente si troverà qualcosa di utile.

Personalmente fra i tre preferisco di gran lunga Python, in quanto non condivido l’obbligo di utilizzare di una Virtual Machine per far andare i miei programmi, dato che penso che il risparmio di risorse hardware sia molto importante.

Python è un linguaggio interpretato, abbastanza agile, fornito di un numero di librerie molto vasto.

Cambiando ambito applicativo, la programmazione web, sulla quale si giocano i principali affari dei nostri giorni, vede il PHP dominatore della scena, seguito dalle JSP.

Un discorso a parte meritano i linguaggi Microsoft. Sembra che il mondo .NET, che si evolve dall’iniziale C#, stia prendendo il volo, in ogni ambito.
Uno dei motivi del successo sono gli ambienti di sviluppo messi a dispozione dalla casa madre, uniti alla possibilità di integrare vari linguaggi.

In conclusione, credo che un programmatore non dovrebbe mai dimenticare che la conoscenza di più di un linguaggio sta alla base di un buon avvenire lavorativo, permettendo la conoscenza più profonda della materia.

Annunci sponsorizzati:
Condividi su Facebook Condividi su Twitter!
Pinterest